Vendemmia di moscato rosso di Villa della Cupa
Finalmente quest’anno abbiamo potuto fare la prima consistente vendemmia di moscato rosso della antica varietà autoctona di Villa della Cupa. Da qualche anno una collaborazione con l’ARUSIA (Agenzia Regionale Umbra per lo Sviluppo e l’Innovazione in Agricoltura) ha permesso la reintroduzione di un vigneto partendo da alcune viti ancora residue dei vecchi impianti.
Dai documenti presenti a Villa della Cupa è stato possibile ipotizzare che in queste zone, come in molte altre dell’Appennino, Clicca per leggere!
un notevole impulso alla coltivazione della vite sia avvenuta nel 1700 grazie alle norme – emanate dal governo pontificio – che abolivano i divieti di esportazione al di fuori dei limiti comunali ancora vigenti negli statuti cittadini di origine medievale. E’ significativo il fatto, a tale proposito, che nella vecchia cantina di Villa della Cupa esistano molte botti datate a partire dai primi anni del 1800 e la stessa struttura della cantina, così come ancora oggi è conservata, è da far risalire alla prima metà del 1800.
L’impianto tradizionale prevalente era quello della vita maritata all’acero, ma in alcune particolari zone, specialmente negli orti od in piccoli appezzamenti era presente anche in filare.
Fra i vini neri che venivano prodotti nella cantina di Villa della Cupa fino agli anni cinquanta del secolo scorso, un particolare ruolo era svolto dai vini moscati. Questi, se pur rappresentavano nella produzione totale una limitata quantità, erano invece molto importanti dal punto di vista economico; infatti mentre gli altri vini, compreso il vinsanto che pure veniva prodotto, erano commercializzati localmente per rifornire prevalentemente osterie e locande del circondario, i due tipi di moscato che si producevano venivano commercializzati attraverso differenti canali. Il vino di moscato era destinato ad acquirenti facoltosi della zona, mentre lo “scelto” che risultava avere un gusto intermedio fra un vino liquoroso ed un passito, veniva venduto in botticelli da 50 litri a grossisti del porto di Ancona che lo esportavano nell’area centro europea attraverso il porto di Trieste.
La differenza fra i due vini di moscato rosso consisteva nel diverso grado di appassimento che veniva data alle uve. Il vino era prodotto totalmente con uve di moscato. Dopo la vendemmia, che avveniva a cavallo fra la prima e la seconda metà di ottobre, i grappoli venivano sottoposti ad una leggera asciugatura disponendoli in ambenti areati, a terra su pavimento di cotto. La vinificazione avveniva entro la prima settimana di novembre mentre per lo “scelto” questa avveniva nella prima metà di dicembre. Ambedue i vini venivano trattati a seconda dell’andamento stagionale con vino cotto prodotto dal mosto dello stesso uvaggio.
Questa produzione e commercializzazione risentì negativamente in maniera determinante negli anni ’20 del ‘900 di tre importanti fattori concomitanti: la dissoluzione dell’Impero austroungarico, a seguito della prima guerra mondiale, la diffusione della peronospora e la grande gelata del 1929. Comunque ancora negli anni della seconda guerra mondiale ed in quelli immediatamente successivi la produzione del vino di moscato si aggirava intorno ai 50 quintali annui.
La coltivazione delle viti di moscato non era diffusa in maniera omogenea su tutto il territorio, ma per l’impianto delle alberate o del vigneto venivano interessati i terreni leggermente acclivi e con esposizione meridionale.
Il definitivo abbandono della produzione avviene all’inizio degli anni ‘50 del secolo appena trascorso in coincidenza con la crisi che aveva colpito il sistema economico dell’agricoltura appenninica a seguito della trasformazione in atto dal dopoguerra nella società italiana ed a seguito dell’individuazione del moscato rosso fra le uve da tavola e pertanto non vinificabili.
Le prove di vinificazione vengono effettuate nella Cantina Sperimentale dell’ARUSIA in Orvieto.
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